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Farmamese Maggio16

 

Di Matteo Oberti

È la domanda più frequente fatta a chi si occupa di compravendite e, da sempre, la risposta non può che essere la stessa… Anche in questo caso proponiamo un esempio, utile a capire come sia difficile fare valutazioni, con un sistema superato.

“Ma quanto vale oggi la mia farmacia?” è una domanda che sento pormi quotidianamente dai clienti, e la risposta non può che essere: ”Il prezzo è quello che paghi. Il valore è quello che ottieni”. Proprio come risponderebbe il finanziere americano Warren Buffett. Difficile, difficilissimo invece, stabilire quale possa essere il giusto valore di una farmacia nell’Italia di oggi.
Periodo di grandi cambiamenti politici, economici e sociali e le farmacie (come da tempo sostengo) non seguono soltanto la finanza e l’economia, ma soprattutto la politica. Allora come si fa?
È passato esattamente un anno dall’intervista che mi fece Lorenzo Verlato (che poi diede origine a questa rubrica), nei suoi uffici della redazione di Farma Mese, proprio sulla valutazione delle farmacie all’alba del Ddl Guidi; ripeto, è già passato un anno, ma del testo definitivo o della sua approvazione per ora non si sa ancora nulla. Anche per quanto riguarda la valutazione delle farmacie, grandi modifiche non ce ne sono state, e aggiungo “purtroppo”!

Perché “purtroppo”, si chiederà qualche lettore? Il motivo è presto spiegato: bisogna guardare, leggere e interpretare il passato, per poter prevedere il futuro. Mi occupo di farmacie, anzi di sola “compravendita di farmacie”, da quasi 18 anni - farmatrade è stata la prima società a occuparsi solo ed esclusivamente di farmacie – e 18 anni sono tanti, ma anche pochi. Tanti, perché mettiamo insieme centinaia di compravendite di farmacie e migliaia sono i farmacisti che ci seguono (da quando abbiamo cominciato a usare anche i “social” ci seguono anche in “tempo reale”); pochi, perché non bastano a coprire cicli economici, sociali e politici utili al nostro scopo. Però la valutazione che esprime il valore di un’azienda non può più prescindere dalla sua capacità di produrre reddito, anziché solo fatturato. “Revenue is Vanity, Cash is King”, suole ripetere il nostro referente per la Costa Azzurra, Monaco e provincia di Imperia, Mr John-William Peacock.
Se ne parla spesso con colleghi, commercialisti e operatori del settore, tra cui molti funzionari di banca (e pure con qualche banchiere), della necessità di traslare la valutazione delle farmacie da moltiplicatore del fatturato annuo (al netto dell’iva) a moltiplicatore del reddito netto. Questo si sarebbe un cambiamento epocale - lo so, ne sono consapevole - necessario per meglio identificare ed esprimere il vero valore dell’azienda. Infatti, perché due farmacie di pari fatturato devono “costare” entrambe la stessa cifra, quando una chiude con 6.000 euro di utile e l’altra con 130.000?
Sono solito parlarvi di esempi pratici e non mi tiro indietro neanche questa volta. Vi presento Nino, farmacista titolare di una bella farmacia rurale non lontana dal mare. Un collega intelligente e curioso (spesso queste due qualità vanno a braccetto), con il quale mi diletto davanti a un buon bicchiere di vino e un ottimo piatto di pesce (qualche volta anche birra e cozze, avete mai provato?), a parlare di valori delle farmacie, di andamento del mercato e così via, con specifico riferimento alla sua, ovviamente. Carta e penna: scriviamo quanto valeva, anzi quanto avrebbe preso vendendo la sua farmacia, al netto delle imposte 10 anni fa e 5 anni fa in contrapposizione ad oggi e, infine, ci divertiamo a immaginare il domani. Ma attenzione, i calcoli li facciamo sempre al netto delle imposizioni fiscali derivanti dall’operazione di cessione che, come ricorderete, sono molto cambiati negli ultimi anni.
Perché, vi chiederete, tutti questi calcoli fine a se stessi? Perché non decide mai di vendere? Perché il buon Nino la sua farmacia l’avrebbe già venduta anni e anni fa, ma la sua “brillante” commercialista glielo sconsigliò perché allora non era il “momento giusto”. Adesso, coi prezzi ai minimi storici, gli piange il cuore vendere, registrando una minusvalenza, anziché una meritatissima plusvalenza.
Tanti giri di parole per riallacciarmi al discorso iniziale e al mio “purtroppo”, riferito alla persistente – per ora - valutazione delle farmacie, e usando il metodo del moltiplicatore del fatturato, anziché moltiplicatore del reddito netto.
La farmacia di Nino, rurale e sussidiata, ha un fatturato di circa 500.000 euro netti, con un mix di vendite al 50% circa tra DCR e vendite da corrispettivi. Ha una collega che lo aiuta part-time d’inverno e full-time d’estate. I locali in cui esercita l’attività sono di proprietà del Comune e l’affitto annuo è di poche migliaia di euro. Sta molto attento a comprare (l’anno scorso di Assinde ha avuto solamente 90 euro!) e la sua redditività lorda è fuori dal comune, oltre il 36%. Alla fine dell’anno il suo utile, al netto di tasse e ammortamenti, è di oltre 100.000 euro.
Quindi quanto vale la farmacia di Nino? La sua commercialista sostiene che i tempi non sono cambiati per le farmacie e che quella di Nino vale almeno un milione di euro – ossia ancora il doppio del fatturato. Lui, invece, è d’accordo con me e cioè che a un milione non troverà mai nessuno disposto a comprare la sua farmacia ma, forse mi viene da pensare, che se cambiasse la valutazione delle farmacie, vendere quella di Nino a 8 volte l’utile netto forse potrebbe essere ragionevole.
Chissà chi avrà ragione e se alla fine dovremo credere a ciò che recita un vecchio proverbio Inglese: “non conosceremo mai il valore dell'acqua finché il pozzo non sarà asciutto”.

 

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