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Di Matteo Oberti

Bisogna togliersi il camice bianco del farmacista, quando si vende (o si compera) e indossare quello dell’imprenditore. Perché non saper far di calcolo e non avere padronanza con i numeri può costare assai caro. Ecco due esempi illuminanti.

“Quando pensiamo di guidare, il più delle volte siamo guidati” scrive Lord George Gordon Byron e, mi permetto di aggiungere, spesso non ce ne accorgiamo neppure. A cosa mi riferisco? Al solito adagio che i farmacisti devono o vogliono fare solo i farmacisti e non gli imprenditori, dimenticando che con l’atto notarile di vendita della farmacia cedono anche la loro impresa!

Non sono un avvocato e le poche basi giuridiche sulla farmacia mi derivano dall’aver sostenuto l’esame di Tecnica e Legislazione Farmaceutica nel lontano 1993 all’Università di Genova, con il Professor Gaetano Bignardi, all’epoca Preside della Facoltà e poi Presidente della Conferenza dei presidi delle Facoltà di Farmacia e, in seguito, anche Magnifico Rettore. Ebbene, ricordo che mi colpì scoprire che i fondamenti, i principi legali su cui si fonda la nostra professione e l’istituto della farmacia, vanno fatti risalire al TU del 1934 (purtroppo non è un errore di stampa, sono passati più di 80 anni). Da allora, tutto un susseguirsi sempre più frequente di norme, leggi, decreti (famosi, in particolare, quelli di Storace e di Bersani) hanno modificato, rivisto e cercato di adeguare il nostro impianto ai tempi che cambiavano. Sfido chiunque, che non sia un avvocato specializzato in materia, a metterci mano o anche solo a orientarsi in questo ginepraio.

Cosa diversissima è, invece, l’”azienda” farmacia, dove non è ammessa l’ignoranza di chi ne è a capo (Treccani: “l’ignorare determinate cose, per non essersene mai occupato o per non averne avuto notizia”).

Chi di voi si rivolge ad un intermediario per vendere la propria impresa che cosa sta facendo? Un atto che tutti gli imprenditori fanno, ovvero la “cessione di azienda”, come riportato a chiare lettere, spesso maiuscole, su tutti gli atti di compravendita di farmacie. Infatti, anche la farmacia, al pari di tutte le altre aziende, ha un bilancio, registra utili o perdite, paga le tasse e gli stipendi, versa i contribuiti ai propri dipendenti e così via. Giustamente, i più attenti potrebbero obiettare che nei ricavi vanno registrate le DCR. Accolgo l’obiezione, ma condividerete con me che, una volta capito il meccanismo, non vi è altro di così complesso che possa giustificare una conoscenza specifica nella materia di farmacia.

Come sempre, per essere più chiaro preferisco parlarvi di un caso concreto: la compravendita di una farmacia e la compravendita di un’altra azienda. F.I., farmacista, adesso titolare al 100% di una bella e grande farmacia urbana e di, V.I., amico imprenditore che mi ha descritto com’è avvenuta la sua cessione di azienda.

L’importanza dei numeri
F.I., farmacista collaboratore eredita una somma consistente e decide di investirla nel suo sogno, diventare titolare di farmacia. Si rivolge a un noto studio di commercialisti esperti in farmacie, indirizzato da amici del club del papà, che, però, non fidandosi al 100%, lo accompagna, insieme con un altro commercialista amico di famiglia. Al primo incontro gli viene fatto capire che la presenza del collega è inutile, che di loro si possono fidare, forte del fatto di avere amicizie in comune. Gli viene proposto un affare: l’acquisto del 50% delle quote di una società familiare a un prezzo stracciato.
F.I. ci pensa, è agitato, l’occasione è ghiotta, la farmacia la conosceva già perché ci aveva lavorato e si ricordava che gli incassi erano buoni e le persone entravano numerose tutti i giorni. Ma lui di numeri non se ne intende e il loro amico commercialista è fuori dalla partita. Si deve fidare e si deve buttare oppure perderà l’affare. Dopo alcune notti insonni decide: prende il libretto degli assegni e va a firmare. Acquistata.

Diventato socio al 50%, un giorno viene convocato dal direttore di banca che gli dice di “ridurre le spese e gli acquisti, date le rate mensili dei finanziamenti e degli interessi sui fidi”. Sentendo queste parole sta per svenire, sbianca “finanziamenti, interessi, fidi?” non capisce proprio da dove arrivino questi numeri, perché lui non ha fatto finanziamenti per l’acquisto, ha versato tutto in contanti. Ma dove sono finiti, allora, i suoi soldi?
Ve la faccio breve per non raccontarvi mesi e mesi di “ulcera”, notti insonni, sensi di colpa devastanti nei confronti di chi gli aveva lasciato l’eredità per permettergli di coronare un sogno. Era successo che, non controllando i numeri, aveva acquisito e pagato il 50% delle quote ma era anche subentrato nel 50% dei debiti. Il nostro intervento, sia come intermediari (per l’acquisizione del restante 50%) sia come consulenti (rinegoziando finanziamenti e termini) gli ha permesso di diventare proprietario al 100%.

Altro caso: VI, artigiano, senza neanche il diploma di media superiore, incomincia anni fa un’attività artigianale in proprio. I costi di locazione sono alti (anche quelli dei box) e quindi si adatta a lavorare inizialmente in uno scantinato. Gli affari si sviluppano bene e gli permettono finalmente di prendere un locale decente e di assumere qualche manovale. Con l’avvento di Internet un buon sito gli permette di farsi conoscere quasi in tutto il mondo e così le esportazioni esplodono. Le banche si accorgono di lui, gli aprono i cordoni della borsa proponendogli finanziamenti, leasing strumentali per nuovi macchinari, leasing immobiliari per un nuovo capannone e via dicendo, ma lui preferisce lavorare solo con i suoi soldi. Nel frattempo il fatturato decuplica, e da artigiano senza diploma diventa suo malgrado imprenditore di primo piano. Alcuni anni dopo, un fondo di investimento (Private Equity come si dice adesso) si accorge di lui e lo convoca nei suoi uffici di Milano. Si presenta da solo in jeans e t-shirt e si ritrova al tavolo con altri 4/5 giovani rampanti laureati in giacca e cravatta. Snocciolano numeri, indici, algoritmi strani, business plan e chi più ne ha più ne metta. Gli chiedono se capisce, senza l’aiuto di professionisti o di consulenti di fiducia, i numeri che gli stanno prospettando e lui risponde tirando fuori dalla tasca dei jeans un foglietto stropicciato su cui erano scritti gli stessi numeri a cui erano arrivati i super consulenti. “Mi alzo tutti i giorni alle 6 e sto in azienda 10/12 ore al giorno” risponde ”volete che non sappia come va la mia azienda e pensate che debba chiederlo ad un estraneo?” Ora non soltanto ha venduto la sua azienda al fondo ma è diventato addirittura un loro consulente.

Cosa hanno in comune FI, Farmacista Ingenuo, e VI, Vero Imprenditore? Tutto e niente. Tutto perché sono entrambi imprenditori, titolari e responsabili di azienda. Nulla perché i veri imprenditori prendono in mano la loro azienda tutti i giorni, e tutti giorni sanno esattamente come va dal punto di vista economico, bancario e finanziario.
Mi dispiace ma “sono farmacista e voglio soltanto fare il farmacista” è un discorso che vale solo per i dipendenti. Se volete essere titolari è bene conoscere e capire i numeri in tutti i loro risvolti, perché si è anche imprenditori, si è iscritti alla CCIAA e, soprattutto, le nostre aziende-farmacie possono fallire se non vengono gestite da farmacisti/imprenditori. Però non preoccupatevi più di tanto, perché leggere un bilancio o, comunque sia, capire le quattro basi fondamentali su cui si fonda è, a mio avviso, molto più semplice dell’esame di Farmaceutica I o II. E poi come diceva il famoso filosofo Gian Battista Vico circa le novità: “Paiono traversie e sono opportunità”.

 

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